Oggi è stata una bella domenica. Un vero giorno di riposo, e mi sento serena.

Non so, sarà che sono stata in piscina, mi sono divertita col pallone, le endorfine post-attività sportiva o che so io.. Fatto sta che mi sento rilassata, in pace con quello che mi circonda, colgo i particolari delle cose e mi sembrano bellissimi. Africa
Tre bambini che camminano a braccetto, il maschio nel mezzo, tutti con le stesse ciabattine, le bambine sull’esterno hanno le treccine colorate.
Le tinte forti e la lenta bellezza fuori dal cancello dell’ospedale: la strada è rossa e polverosa, il cielo grigio preannuncia pioggia, la pelle d’ebano, l’incedere lento ma elegante nei vestiti colorati della domenica.
Fuori dalla chiesa tanti bambini vestiti a festa, colori vivaci, giallo, rosso, turchese, rosa.. e le scarpe buone delle occasioni speciali. I canti sono bellissimi, intervallati da quello strano urlo di gioia delle donne, ritmi dolci, quasi un pò tristi, ma quello che si respira nell’aria è la quiete, la bellezza di questo attimo.
Sono qui, ora, e non penso ad altro. Non ho bisogno di altro, e questo è bellissimo. Ci sono Christine e Frank che assistono in piedi alla funzione, subito fuori la soglia della porta aperta. Cantano e muovono le mani al ritmo della musica. Non li conosco così bene, ma sento un moto di affetto spontaneo, sincero. In un momento così siamo davvero tutti fratelli. Dentro la chiesa intravedo la testa dritta di Massimo in prima fila, e più indietro Emanuele, Paola e Giulia, l’unica bambina musungu nel raggio di km.. nella fila davanti un’altra bambina dalla pelle nera, vestita di rosso, alta quanto lei. E’ un contrasto bellissimo. Poco più in là vedo la testa bionda di Antonella, mentra ancora la musica lenta continua a diffondersi nell’aria.
E in quest’ottica ripenso alla domanda di Anna “and you, Elena, where do you pray?”, e non mi sembra più così strana. Davvero non so che sia, ma in questi momenti ci si sente tutti connessi, in armonia. E davvero ritrovarsi a cantare e a muovere le braccia seguendo la musica non è un atto vuoto, ma un vero momento di gioia e di pace. E di condivisione.
Sento un moto d’affetto enorme verso questa gente, che ancora sa dare priorità alle cose giuste. Ne sono prova i tanti, coloratissimi bambini che riempiono la chiesa, e che la fanno apparire viva, vicina. Che differenza se penso alle nostre chiese grigie, buie, piene di vecchi.
Che differenza. Grazie Africa, per la tua luce e i tuoi colori, per la tua semplicità, perchè ancora sai cos’è l’essenziale, e che in fondo per essere felici non c’è bisogno di molto. Solo di momenti come questo, di condivisione, in cui tutto sembra bello perchè è come se tutto mi appartenesse.
Forse è questa la felicità. Sono attimi di consapevolezza di breve durata. Sono regali per chi ha tempo di fermarsi, osservare, ascoltare. Gli africani dicono a noi occidentali “You have watches, we have time”. Quant’è vero.

Kitgum 13/03/86

Aprile 30, 2008

“Di notte, quando attraversiamo quella fetta di buio che ci separa dalla casa dove dormiamo, e gli occhi, invece di investigare il terreno su cui poso i piedi, scoprono il cielo scintillante di stelle equatoriali che brulicano, formicolano e pulsano in quella pace immensa che le accoglie, ecco, allora è davvero difficile pensare che sotto questa volta ci sia un pezzo di terra bello come l’Uganda in una situazione così triste; tutto appare così poco significativo alla vista di quelle stelle, ma nello stesso tempo tutto è così terribilmente serio, tragico, definitivo. Eppure questi brulicanti astri, questa tenebra misteriosa, sono il vero punto da cui guardare tutto, anche le tragedie di questa terra, perchè se non abbiamo un punto di vista diverso, distaccato, non capiamo cosa abbiamo davanti agli occhi. Se non ci stacchiamo da ciò a cui siamo avvinghiati, non riusciamo a vedere. Lo sguardo cade pesantemente ai nostri piedi e poche volte si alza alle stelle. E’ un problema di stelle e di occhi, dunque, la vita”
Da “Dottore, è finito il diesel”, Alberto Reggiori

Apwoyo!

Aprile 30, 2008

Oggi bellissima passeggiata con Edward, che mi ha portato a vedere la scuola dove ha trascorso 7 anni, fino all’età di 13 anni.
Dice che è una buona scuola, e ci credo, perchè lui è un bravissimo dottore, attento, responsabile. Però impossibile giudicarla con i nostri canoni.
La cosa che mi ha impressionato di più sono le camerate… tantissimi letti uno vicino all’altro, col materasso duro, senza coperte, e una scatola di latta ai piedi di ciascun letto, a mò di armadio. E i bagni comuni, fuori, all’aperto. Ti immagini cosa dev’essere per un bambino stare lì tutti i giorni, con i genitori che possono venire in visita soltanto una volta al mese. Edward mi ha detto che quello era un giorno di festa, con il cortile che si riempiva di gente, e si mangiava e beveva quello che i genitori avevano portato.
Dice che se rimane a lavorare qui ci manderà anche i suoi figli.
Carina all’andata la sosta al villaggio. Stavamo camminando e abbiamo sentito musica e tamburi, e il grido caratteristico delle donne che stavano ballando. Un signore ci ha invitato ad avvicinarci. Stavano festeggiando l’anniversario dell’arrivo di Cristoforo Colombo in America, perchè uno dei vecchi del villaggio si chiama Christopher, e quindi questo era un motivo sufficiente per festeggiare.
Ci hanno portato 2 sedie e sono venuti in fila a salutare, dando la mano e facendo un piccolo inchino, in segno di rispetto, e continuando a ripetere “apwoyo”. Edward ci ha presentato in acholi, dicendo che eravamo 2 medici del Lacor, e le donne continuavano a venire a salutarci e a dire apwoyo, grazie, come se per loro fosse un onore che noi fossimo lì, ad assistere alla loro festa. Poi è ripresa la musica, e le donne hanno ballato per noi, con quei movimenti ritmici e veloci, difficilissimi, muovendosi come in un girotondo in mezzo alle capanne.

“Pan” di stelle

Aprile 23, 2008

La notte, fuori dal cancello dell’ospedale, il cielo e le stelle sono bellissimi. Riempiono tutto, senza ostacoli, a 360°. Non ci sono rilievi, palazzi, lampioni… Solo cielo, immenso, silenzioso, uno spettacolo stupendo. Sta lì sempre, ogni singola notte della nostra vita, ma noi non lo vediamo quasi mai.

Komakech diventa Komagan

Aprile 22, 2008

Nella cultura acholi quando nascono 2 gemelli il primo si chiama Ocièl se maschio, Acièl se femmina; il secondo Opìo o Apìo. Oggi in room 7 con Anna abbiamo visitato una bambina, Aciel, ma non aveva nessun gemello. Questo perchè a detta della mamma la placenta aveva 2 cordoni “but the other child disappeared”!
Invece il bambino partorito dopo una coppia di gemelli si chiama Okello (maschio) o Akello (femmina).
Se un bambino nasce con una presentazione podalica o cmq anomala si chiama Odòck/Adòck.
Se un bambino nasce lontano da casa si chiama Otim/Atim. Dominique, la bambina dei Corti, nata qui in Uganda, veniva anche chiamata Atim.
Komakech vuol dire “unlucky”, per esempio se i genitori volevano un maschio o cose simili. Però da quanto mi ha detto Anna si può anche decidere di cambiarlo in Komagan, fortunato.

Donne africane

Aprile 15, 2008

La bambina di sabato è morta domenica pomeriggio. Ma nessuno si sconvolge, la morte di un bambino non è un evento eccezionale. Qui la mattina è normale arrivare in reparto e controllare nella scatola di cartone quante cartelle sono state aggiunte. In quella scatola stanno le cartelle dei bambini che sono morti in giornata. Quando va bene nessuno, spesso 1 o 2.

Stamani in Oxygen Room è arrivato un prematuro appena partorito. La madre aveva già avuto 7 figli, e tutti erano morti. Mi faceva una pena quella donna, seduta su una stuoia in un angolo della stanza, vicino “all’incubatrice” del suo bambino, a rispondere a testa bassa alle domande di Santo, in pratica un elenco di quando e perchè erano morti i suoi precedenti bambini. Alla fine mi è sembrato che con un angolo della sua coperta sudicia si asciugasse gli occhi.
Mi stupisce la rassegnazione di queste donne, cavolo, 7 figli morti e l’ultimo è sulla strada; io griderei, piangerei, chiederei…. Ma io non sono una donna africana, e i miei parametri di giudizio e di comprensione delle cose, qui, sono del tutto inadeguati.